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“Sono appena giunto, Vostra Grazia…”
L’atmosfera di Firenze era mefitica: l’aria pesante sembrava avvolgere la gente come un velo umido e sporco, il cielo nuvoloso, illuminato dai lampioni aveva sempre più un insano color zolfo, per non parlare dell’odore.
Fortunatamente la basilica non era lontana, qualche passo dietro la stazione, l’unico ostacolo erano le puttane ed i barboni, che si avvicinavano come falene alla fiamma di una candela, finendo irrimediabilmente bruciati.
Nessuno di loro, infatti, tornò da quell’incontro immutato, e come poteva essere diversamente: tutti cambierebbero, anche solo un po’, vedendo il male puro guizzare negli occhi di quello che dovrebbe essere messo di un bene superiore.
L’ingresso laterale della basilica non era chiuso a chiave, né vi era qualcuno ad attenderlo.
O meglio, qualcuno c’era, ma non la persona preposta.
“Un cosa?” Luca scosse il capo, temendo di aver capito male “Eclisse, mi stai dicendo che stai facendo tutto questo casino per una serata a teatro?”.
Non era uno stupido, sapeva perfettamente che doveva esserci altro dietro, ma non era molto propenso a saltare in bocca al leone senza aver avuto più spiegazioni.
E cazzo, Eclisse gliene doveva davvero tante.
“Non si tratta solo di una serata a teatro, e tu lo sai bene, così come sai che ti direi di più se potessi…”
Era sincera, un qualche evento miracoloso aveva fatto in modo che quella sera non gli raccontasse fregnacce, per quanto incredibili fossero sempre le sue argomentazioni.
Lei si alzò dalla poltrona, continuando a tenere una delle gatte comodamente accoccolata sul suo braccio “Quello a cui sei stato, con mio sommo disappunto, chiamato a partecipare è un evento che capita di rado, d’importanza non indifferente. Ti direi che è una specie di ballo delle debuttanti, ma sminuirei solo il concetto. Non so perché Lui ti voglia vedere, Luca, e la cosa mi piace poco, tuttavia non ho il potere di contraddirlo e rifiutarmi di eseguire ciò che ha ordinato…”
Quella parola, potere, uscita dalle sue labbra, in quel preciso contesto, pensò Zingaretti, assumeva un significato così assoluto e puro che quasi lo spaventava.
Aveva trattato con qualunque risma di gente, persone che effettivamente gestivano poteri di ogni sorta, denaro, influenze, politica…ma in quel momento capì che il potere di cui parlava lei abbracciava ambiti ben più ampi…troppo.
“…posso solo…” continuò, passeggiando con calma nella stanza, lo sguardo distratto, come se stesse pensando a tutt’altro mentre parlava “…obbedire, e fare il possibile perché non ti accada nulla alla serata. Quanto ad ora, posso essere relativamente sicura che, se Lui ti ha invitato, allora trascorrerai una settimana ragionevolmente priva di pericoli, fino ad allora...”
Impotente, così si sentiva mentre lei gli elencava i fatti in modo sterile ed inevitabile, non potè fare altro che sorridere nervosamente, sentendosi programmata l’esistenza da una ragazza che, ad occhio meno esperto, sarebbe potuta apparire come sua figlia “Bene, chiaro, ma cosa mi dici circa il motivo per cui mi hai fatto correre qui?”
Il vecchio custode della basilica giaceva a terra, un coltello gli aveva trapassato il collo, da parte a parte, ed ora era grottescamente steso a terra, in una pozza di sangue fresco, mentre il corpo avvizziva a vista d’occhio.
La vista di quel relitto strappò una smorfia dal volto del gesuita, adombrato dal cappuccio che lo riparava dalle fioche luci delle candele le quali, a loro volta, guizzavano, producendo un fastidioso ed oleoso fumo nero, e proiettando dentro la chiesa ombre sottili, in perenne movimento.
“Perdonate, se l’accoglienza non era quella attesa, purtroppo però il vecchio qui, non era più in grado di ottemperare ai suoi doveri…” una voce gutturale, probabilmente femminile, parve provenire proprio dalle ombre che lo circondavano.
Tenendosi la porta alle spalle il monaco spaziò con lo sguardo, cercando con occhi ferini l’origine di quel suono. Ma non dovette faticare molto, l’ombra si palesò al suo fianco.
“Chi sei, donna?” neanche volse il capo verso di lei, l’istinto e l’esperienza gli dicevano che non sarebbe stata un’avversaria di cui preoccuparsi, piuttosto voleva capire chi fosse, e cosa potesse volere da lui. “Il mio nome non ha importanza, così come il tuo, non è vero, monaco?” un accenno di risata forse, poi con movimenti lenti si portò innanzi a lui, lasciando che la studiasse, mentre parlava “Sono qui semplicemente per aiutarti, io posso guidarti attraverso la Città marcia ed i suoi abitanti”. Aveva l’aspetto di una giovane donna, decisamente trascurata e dalla presenza inquietante, la sua stessa voce sembrava viscida tanto quanto gli sporchi capelli neri che le coprivano metà della faccia “Cosa ti fa credere che io abbia bisogno del tuo aiuto, creatura ripugnante? Dovrei ucciderti per il sacrilegio che hai commesso nella casa del Signore!” la rabbia nella sua voce era solo una nota sottile, piuttosto provava disgusto per quella creatura ed il suo operato “Uccidermi?” la vampira rise, facendo riecheggiare tra le antiche mura, tra le colonne, un suono come di carne bagnata strappata a mani nude “E perché mai, in fondo sono l’unica, adesso, a poterti dire come stanare gli eretici…” spostò lo sguardo sul cadavere ormai quasi putrefatto del vecchio sacrestano “…lui non era che una pedina…una mia pedina…” di scatto gli fu più vicina di quanto lui non desiderasse, riempiendogli le narici del suo odore putrido, e gli occhi della lucida follia che le distorceva il volto “…credevi davvero che un Vescovo della Santa Sede potesse servirsi di quel relitto?”
Per un attimo tra i due vi fu il più assoluto silenzio poi, come rispondendo ad una silenziosa domanda, la vampira parlò “La mia unica ricompensa sarà il tuo successo”.
Il sorriso più inquietante che il monaco avesse mai visto si allargo su quel volto a metà.
Mentre il taxi attraversava la città, riportandolo a casa, Luca ripensò alle parole di Eclisse, giocherellando nervosamente col talismano che gli aveva donato mesi prima “Rebecca è una creatura folle, senza alcun raziocinio né morale, l’unica cosa che la guida è il raggiungimento dei suoi scopi, che variano a seconda del suo capriccio, almeno per quel che ne posso sapere io. Se ha un piano lucido, io questo non so dirlo, so solo che è lei la responsabile della strage di piazza Oberdan, Luca, così come del rapimento di quella povera ragazza, dell’assalto alla stazione di polizia…e probabilmente è stata lei a farti puntare la pistola in faccia. Non so quali saranno le sue prossime mosse…Luca…mi interessa solo la sua distruzione.”
Era stata fredda e distaccata pronunciando quelle parole, come un ufficiale che aggiorna un soldato sulle prossime mosse facendo uno sterile bollettino della situazione.
Ma aveva avuto paura, alla fine, non l’aveva mai sentita parlare in quel modo, di distruggere una persona, e il modo in cui lo aveva fatto…beh, si, lo aveva spaventato.
“Ma in che cazzo mi sono andato a cacciare…” imprecò, aprendo il portone di casa.
Non sapeva davvero cosa pensare, per quanto negli anni si fosse fatto un’idea di Eclisse e del suo mondo, certe cose continuavano ad esulare dalla sua logica, non più inossidabile come una volta.
“Hai l’aria stanca, Clizia…dovresti…” Jibril non fece in tempo a finire la frase, che lei la completò al suo posto “Riposare? No, Jibril, non è il momento, ci sono troppe cose da fare, troppe” sorrise, con aria effettivamente affaticata, e posò la gatta sulla poltrona “Vado a vestirmi, poi usciamo…” sparì oltre l’arco che separava la sala dal corridoio, muovendosi come un automa, mentre suo fratello la seguiva con lo sguardo, prima di decidere di andarle dietro.
“Per andare dove?” si appoggiò allo stipite della porta e la guardò frugare nell’armadio “Beh, ora che vivi qui avrai bisogno di un po’ di cose, o preferisci usare gli stessi abiti da qui all’eternità?”.
Di tutte le cose che poteva immaginare, di certo lo shopping era l’ultimo dei suoi pensieri, e tornò ad esserlo, quando vide la sorella spogliarsi senza curarsi minimamente della sua presenza “Clizia, dannazione! Abbi un po’ di pudore!!!” “Pudore?” si voltò verso di lui, nuda, quasi stupita della sua reazione “Jibril, se avessi del pudore non mangerei mordendo la carotide dei passanti…se avessi del pudore, sarei morta di fame, o uccisa, da chissà quanto…”parlò con naturalezza, elencando quella che per lei era una lista di ovvietà. Sorrise appena poi, vedendo la sua espressione, di chi vorrebbe, ma non riesce a distogliere lo sguardo “Il mio non è che un corpo, un corpo morto che fa da contenitore ad un’anima immortale…” “Resta…resta pur sempre un corpo nudo, quello di mia sorella, dannazione!” la sua ostinazione le strappò un nuovo sorriso, ora realmente divertito “E’ così che dimostri il tuo pudore, dunque, fratellino? Imprecando ed allo stesso tempo fissandomi con insistenza?”avanzò verso di lui, scuotendo il capo mentre i capelli le danzavano sul petto e le spalle nude “Andiamo, vestiti ed usciamo…” Jibril distolse lo sguardo, accennando ad andarsene, visibilmente imbarazzato ma Eclisse lo fermò prima, trattenendolo per il braccio “Sei morto da troppo poco tempo per rendertene conto, ma vorrei che tu capissi il prima possibile che la tua natura non è più la stessa…guardami.” Più che un invito quello aveva tutta l’aria di essere un ordine.
Fece come gli aveva detto, tentando di costringersi a guardarla negli occhi e fallendo miseramente.
Come poteva fare altrimenti, sì, era sua sorella ma pur sempre una donna splendida.
Quel pensiero lo fece sentire più in colpa che mai eppure continuò a studiarla: non c’era un ombra di sudore sulla sua pelle bianca, troppo bianca e perfetta per essere reale, nonostante il caldo. L’unica imperfezione era una cicatrice sulla spalla, probabilmente causata prima della sua morte, per il resto aveva davanti una creatura di carne apparentemente giovane e soda. Immobile. Marmorea.
“Cominci a capire ora? Qualche mese fa, probabilmente, senza sapere chi io fossi, il tuo primo istinto in una situazione come questa sarebbe stato quello di sbattermi sul letto, e per quanto tu possa negarlo a te stesso, probabilmente ti è passato per la mente anche poco fa…” “Clizia, non dire idiozie, sei mia sorella!” “Forse non ti farà piacere sentirtelo dire Jibril, ma ti renderai conto un giorno, che, ormai, i legami biologici non contano più molto. L’unico legame che abbiamo adesso, è molto più forte, ed è dato dal mio sangue che scorre nelle tue vene, e quel sangue fa di te mio figlio, mio fratello…quel sangue fa di te ciò che più mi aggrada che tu sia in realtà”.
“Questo discorso sta diventando fastidioso” liberandosi dalla presa della sorella, uscì dalla stanza, confuso, e anche sconvolto, dalle sue parole.
La sua inquietante ospite era stata molto chiara, le sue informazioni accurate. Così accurate che aveva deciso che avrebbe cominciato subito ad agire.
Doveva cominciare dal basso, i pesci più grossi al momento erano irraggiungibili, saggiamente nascosti nelle loro tane a tramare e tessere i fili del loro arazzo di potere.
Poco male, sapeva come muoversi, sebbene non conoscesse affatto la città, avrebbe atteso al varco le sue prime prede.
Fiutò l’aria, snudando le zanne al chiarore della pallida luna, non si nutriva dalla notte precedente e per quanto affondare i canini nel giovane collo di un suo simile lo facesse fremere di eccitazione, si costrinse ad accontentarsi di un pasto più spartano, prosciugando le vene di una giovane prostituta in cerca solo di un po’ di denaro per fuggire da quella città maledetta.
“Maledizione” il monaco scosse il capo,lievemente intontito da quel pasto abbondante…abbondante ed eccitante “la puttana si era appena fatta!” scosse una seconda volta il capo, mentre il sangue, corrotto da cosa, cocaina probabilmente, pulsava violentemente nelle sue vene, aprendo i suoi sensi e riempiendolo di un eccitazione nuova, sintetica, ma potente.
“Da qui all’alba, in fondo, potrei di nuovo avere appetito” sorrise, riportando il cappuccio a celare il suo volto, mentre cercava un buon punto per appostarsi.
“Fastidioso o no, devi ascoltarmi, Jibril” si voltò verso di lei, quasi non potesse farne a meno ma fortunatamente si era rivestita ed ora sembrava davvero una ragazzina, col viso struccato e addosso un semplice paio di jeans con una canottiera “Clizia, davvero, ora non è il caso…”.
Per un attimo Eclisse rimase interdetta dal rifiuto del fratello di ascoltarla, ma decise di farsene una ragione e, nascoste le pistole sotto un leggerissimo soprabito, aprì la porta, facendogli cenno di uscire.
“Come preferisci, ma prima o poi ti toccherà ascoltarmi, e sarà bene che accada prima della Lunga Notte, per il tuo bene.” Concluse, una volta in strada, poi lo prese a braccetto, alzando sul proprio volto una sorridente maschera di umanità “Andiamo, fratellino, hai un armadio da riempire, e di sera c’è meno confusione nei negozi!”
Come riuscisse a mutar faccia ed umore con una tale velocità, Jibril proprio non riusciva a capirlo e, camminando, si scoprì a sorridere, mentre si domandava se sua sorella, quella allegra che pendeva dal suo braccio, fosse stata così anche nella vita precedente.
“Sì, potrei…” passandosi la lingua sulle labbra, il cacciatore mascherato da monaco attese, osservando le sue prime prede allontanarsi, ignare “…un buon pasto, ed un’ottima compagnia, per le notti a venire, il Signore è stato generoso, con questo suo indegno servo” [continua…]