5/28/2009

Tutto quello che è interessante accade nell'ombra, davvero. (L.F. Céline)

Livia sono Ultimo. Volevo solo sapere come stai… Perché uno di questi giorni non mi chiami? Magari potremmo mangiare qualcosa assieme.

Una lunga pausa di silenzio. Clacson, ancora. L’importante è che non ti scordi di respirare e ricacciare indietro lacrime e rimpianto.

Vabbene. Ciao.

Click.

Un'altra sborrata nello spazio deserto del tuo inesistente rapporto padre/figlia. Non c’eri quando aveva bisogno di te. Quando è successo ti sei allontanato sull’ambulanza e da allora non sei più tornato. Mai più. E sono passati 15 fottuti anni.

Traffico. Basta concentrarsi sui particolari. Non pensarci. La targa della macchina davanti a te. Il conducente che parla al cellulare. Gesticola. Qualcuno gli risponde. E lui a sua volta. Litiga, forse. Sul sedile di dietro una bambina, con un pupazzetto, un cane, gioca a ‘il cane esplora l’interno della macchina’. Si ferma. Alza gli occhi, ti vede. Alza il dito medio. Veloce. Furba. Davanti il padre gesticola sempre più animato e non si accorge. Nemmeno un’occhiata al retrovisore. Neppure uno sguardo a quello che si lascia alle spalle. La bambina intanto è sparita dietro il poggiatesta, ti spia non vista, come un soldato al sicuro nella sua trincea. E quindi fanculo Ultimo Parri.

Una macchina alla tua destra, una Smart bianca, tirata a lucido, con i riflessi madreperla. Alla guida una bionda finta. Trent’anni. Tirata a lucido, ma senza i riflessi madreperla. Cerca qualcosa nella Vuitton. Il capo chino e la borsa sulle ginocchia. L’ultimo sole si riflette sui suoi occhiali Prada. Una specie di maschera che sembra invitare a scendere verso un naso sottile all’insù e due labbra da pensieri non proprio puri.

Una macchina dietro di te. Una vecchia Mitsubishi. Lancer? Può darsi. A bordo due tipi dall’incarnato olivastro. Meticci. Marocchini. Libici. Somali. Il passeggero sorseggia una birra in lattina da sessantasei. L’altro sta poggiato gomiti e mento contro il volante. In radica, a dispetto della macchina che decisamente cade a pezzi. Qualcosa penzola dal retrovisore. Lo sfarfallio dell’aria condizionata lo fa ondeggiare col vento finché non si gira e lo riconosci: un gagliardetto di Italia ’90.

Ancora più in là, ai margini, fiumi di pedoni elettrici e veloci a confronto con te. Fermo in mezzo ad una colonna ferma di macchine imbottigliate. E’ così che spendi il tuo giovedì pomeriggio. In una Lancia Thema, inchiodato nel traffico, ad ascoltare un deejay che racconta lo studio di alcuni scienziati americani o inglesi o vattelappesca secondo cui il sesso è dimagrante soprattutto se lo si pratica dopo i pasti.

Ti fermi. Il piede destro premuto contro il pedale del freno, le mani sul volante e una sigaretta tra le labbra e ti immagini due persone che dopo una pizza fanno l’amore sotto lo sguardo interessato di alcuni tizi in camice bianco, che fanno misurazioni, controllano macchinari, prendono appunti.

La processione avanza di qualche metro e parte una canzone. Non una bella canzone, le canzoni di oggi d’altra parte sono a stento musica.

Ed io coi miei sbalzi d’umore.

E tu con le solite storie.

Lasciarsi ogni due settimane.

Bugie per non farmi soffrire.

Canzone del cazzo. Non pensarci.

Adesso sembriamo due amici.

Adesso noi siamo felici.

La Mitsubishi gira a sinistra. Almeno ci prova. Qualcuno suona. Più di qualcuno. Cercano di spiegargli le semplici regole del vortice: una volta entrati non si esce. Una volta entrati si segue il gruppo. Ovunque. Comunque. La svolta è l’errore.

Tu a volte ritorni bambino.

Ti stringo e ti tengo vicino.

Dovrebbe distrarre. La musica, intendo. Canzone del cazzo. Non pensarci. Non pensarci.

E ti appartengo anch’io.

E mano nella mano dove andiamo si vedrà.

Il sogno va da sé, regina io e tu re.

Di questa storia sempre a lieto fine.

E cambi stazione. Vigliacco. Lasciando la tipa a fischiettare come nella pubblicità di un ammorbidente o di un supermercato. E’ tutto così semplice, continuava a ripetere la cantante. Adesso è tutto così semplice. Ma non è mai semplice. E puoi fischiare finché non sputi i polmoni. E cantarti tutti i più lieti finali del mondo. Tutto quello che vuoi. Ma semplice, fanculo, semplice non lo è mai. E’ sudore. E lacrime. E a volta anche sangue.

Frena Ultimo Parri. Come? F-R-E-N-A.

Un’ inchiodata in piena regola. La Smart che nella coda ora si è spostata alle tue spalle inchioda a sua volta e si attacca al clacson. Stupido idiota. Quello davanti a te, quello della bambina è lì fermo, ma tu non guardi. Sei altrove. Alzi una mano per scusarti con biondafinta. Anche quella alza una mano. E ti ci manda a cagare.

Un jingle ti informa che sei sintonizzato su RadioToscana24. La tua radio, ci tiene a sottolineare. Parte un radiogiornale.

E’ di poche ore fa la notizia del ritrovamento, sul greto del fiume Arno, a Firenze, del cadavere di Elisa Bellanti, figlia del capogruppo di AN Giulio Bellanti. La giovane che mancava da casa da una notte versava secondo le deposizioni di alcuni amici e parenti in un grave stato di depressione. Tuttavia le prime indiscrezioni fanno pensare che non si tratti di un suicidio né di un incidente, bensì di una più macabra azione delittuosa…

E squilla il cellulare.

E’ Calosi, il caro collega Calosi. Il mieloso, untuoso, Calosi alias segretario del Questore.

Ispettore Parri? Il Dottor Mugias la vorrebbe a rapporto.

Quando? Domanda inutile quanto un cric senza la ruota di scorta.

Adesso, Ispettore Parri. Saluti.

Click.

10/11/2008

Scelte - giorno 1

“Possibile che le rogne capitono tutte addosso a quest’ora del mattino” pensava Luca mentre seduto sul letto sfatto cercava a tentoni di accendere una lampadina che sembrava ostinatamente scappare dalla sua presa.
Il telefono aveva squillato pochi istanti prima, nel dormiveglia doveva aver dato uno botta al comodino prima di afferrare il cellulare ora infatti parlava con il suo interlocutore tenendosi un dito in bocca “almeno mi ha svegliato” disse rivolto a se stesso.
“Cosa? Non ho capito che hai detto” rispose la voce al telefono
“No, no, niente. Ripetimi un po' tutto, alla nazione è arrivata una chiamata per una sparatoria in centro? In San Marco?”“Si, hai capito bene. A quanto sembra non ci sono vittime, giusto un paio di turisti ubriachi spaventati. Però è avvenuta in pieno centro, gli daranno un risalto clamoroso”
"Ok, grazie mille Sandro, se ti capitasse di sentire altre notizie fammi sapere".
Rimise il telefono a posto, poi si fermò a guardare la stanza.
I vestiti buttati malamente sul pavimento, il bastone che lo accompagnava da anni, appoggiato alla testiera del letto, il posacenere che debordava cicche di sigaretta e mozziconi di sigarini spandendo per la stanza il suo inconfondibile odore "si, decisamente un brutto inizio di giornata"

[continua]

8/26/2008

Sangue, solo sangue.

[segue...]

Eclisse era ancora nel negozio, forse a pagare il conto, più probabilmente in un camerino ad approfittare del collo di quel commesso terribimente androgino.

In effetti era un po' geloso...non tanto perchè fosse sua sorella ma per la curiosità di sapere cosa davvero provava un umano a farsi mordere...
Lei era stata vaga, al riguardo, dicendogli di stare attento a non cadere nella tentazione, era già sufficiente che ci fossero delle persone normali ad essere dipendenti, nella loro ignoranza, dal loro morso, non importava che anche qualche vampiro cominciasse.
Restava comunque curioso come un bambino, e il suo interesse era accentuato anche dal non ricordare nulla della notte in cui lei lo aveva preso.
Tuttavia ora capiva, fumando una sigaretta che non gli stava dando alcun piacere, qual era il punto del discorso che le aveva fatto interrompere poco prima: poteva essere attratto quanto voleva da chiunque, anche da lei che era sua sorella, restava il fatto che il sesso non c'entrava proprio niente. Solo sangue. L'unico piacere che era loro rimasto, il resto delle loro pulsioni erano solo echi e ricordi, falsi, effimeri.
Solo sangue, unico nutrimento, unico vettore di piacere e di qualcosa definibile come sensazione e sentimento.
Solo sangue.

Qualcosa attirò la sua attenzione.
Non ne era certo, ma era come se sentisse qualcosa nell'aria, la stessa ora che fiutava, con discrezione come un cane da caccia.
"Eclisse, è il caso che andiamo, e alla svelta." era entrato nel negozio piuttosto velocemente, e con aria preoccupata, abbastanza da attirare la sua attenzione "Che succede? Problemi?" si avvicinò a lui, posando istintivamente le mani sullo spessore delle pistole contro la giacca "Non lo so, ma c'è qualcosa nell'aria che non mi piace...non te lo so spiegare, Clizia" le parlò all'orecchio, continuando a voltarsi con costanza alle proprie spalle.
Eclisse annuì, seria in volto "Mandatemi con calma tutto a casa, ci vediamo nei prossimi giorni".
Uscirono in strada, e dopo un centinaio di metri gli posò una mano sul braccio, fermandolo "Jibril, spiegati, mi stai preoccupando..."
"Non lo so Clizia, davvero, è come se avessi annusato dei problemi nell'aria...forse ora ti farai una grassa risata!" scosse il capo, convinto di aver detto una grossa sciocchezza, ma si dovette ricredere quando lei chiuse gli occhi, ascoltando con gli altri suoi sensi "No...hai ragione, c'è qualcosa che non va...qualcosa di strano." tolse la sicura dalle armi, rimanendo con le mani a portata "Stammi vicino, e sbrighiamoci, l'idea di rimanere fuori adesso non mi piace per niente".
Era davvero allarmata e, in qualche modo, cambiata mentre si muoveva veloce, ma con cautela, senza mai lasciare le strade più ampie e, se così si può dire, trafficate.

Ci vollero pochi minuti perchè giungessero nei pressi di piazza San Marco, e lì si bloccarono entrambi, come paralizzati.
"E bravo fratellino, hai il naso buono proprio come chi t'ha fatto" disse con un curioso sorriso, tirando fuori, senza curarsi che la potessero vedere, le due semiautomatiche.
Fece giusto in tempo a voltarsi verso di lui, per vederlo afferrare alle spalle da un essere decisamente più corpulento, e completamente coperto da una veste scura, che stava per affondargli i canini nel collo.
Jibril era prevedibilmente paralizzato, come un topolino nelle spire di un serpente "Spostati!!!".
Il grido della sorella, di fronte a lui con entrambe le armi puntate, lo riportò alla realtà, risvegliando nella sua mente un instinto di sopravvivenza tanto violento da riuscire in qualche modo a buttarsi di lato, sebbene l'altro vampiro continuasse a reggerlo con forza per un braccio.
I proiettili fecero il resto, e in pochi attimi fu libero, sebbene conscio che la cosa non fosse finita lì.
Eclisse aveva scaricato quasi due caricatori addosso a quell'essere, eppure era ancora in piedi, se possibile più furioso di prima, ed ora stava ripartendo alla carica verso di lei.
Non aveva mai visto nulla del genere, ed era così stranamente affascinato dall'esser tentato di stare a guardare, ma quello stesso istinto che lo aveva salvato poco prima gli ribolliva nel sangue, così forte da estendersi alla sua creatrice, e quando la vide cadere a terra sotto il peso del monaco, o almeno quello sembrava, fece l'unica cosa logica ed utile che gli venne in mente, e corse verso di loro sperando, col proprio peso, di spingerlo via abbastanza da riportare lei in piedi.
Accadde tutto troppo velocemente. Era certo di averlo preso in pieno, sentiva ancora su di sè la sensazione dell'impatto eppure...aveva appena pensato di farlo, come poteva essere già successo?
Eclisse si rialzò a fatica, aggrappandosi a lui mentre i suoi occhi si muovevano febbrilmente per tutta la piazza. Era coperta di sangue, ma Jibril non sapeva dire a chi appartenesse. O meglio, sperava che appartenesse a lui, che ora era sparito dal suo campo visivo.
"Stai bene?" le prese il viso cereo tra le mani, dalle cui labbra spuntavano candidi i canini, protrattisi forse nella battaglia.
Cielo, ma perchè era ancora così orribilmente ignorante!
"Via di qui, di corsa!" lo tirò con sè fino alla piazza vicina, primo baluardo della circolazione su quattro ruote, da quando San Marco era stata chiusa per lavori.


Le troppe pallottole e l'intervento a sorpresa del giovane lo avevano spiazzato. Beninteso, qualunque vampiro di quei tempi andava in giro con le sue precauzioni, ma non aveva pensato che potessero percepire la sua presenza così velocemente.
Aveva commesso una sciocchezza. Roma era una metropolitana in confronto a Firenze e non aveva calcolato che nelle piccole comunità anche la più piccola mutazione nell'odore dell'aria mette tutti sull'attenti.
Poco male, non erano stati in contatto abbastanza da dover temere di essere riconosciuto ora, però, si sarebbe dovuto muovere più in fretta.
Si leccò il sangue dalle mani con un sorriso, non curandosi delle pallottole che, come dotate di vita propria, stavano uscendo dalla sua carne.
Ormai sapeva come trovare la sua ricompensa, e l'avrebbe presa per ultima.


Il taxi lasciò i suoi passeggeri più che volentieri nei pressi del piazzale.Non era una novità trovarsi di tutto sui sedili posteriori, ma quei due avevano spaventato il tassista, oltre che sporcato di sangue i suoi sedili.

"Qui dentro non può entrare nessuno oltre a me e chi io invito" chiuse il cancello del giardino e si infilò, con passo incerto, nella vegetazione che nascondeva il parco a sguardi indiscreti "Che posto è questo?" la strana sensazione che gli aveva colto lo stomaco appena oltrepassato il cancello aveva completamente distolto la mente di Jibril dalle ferite della sorella "E' il mio giardino, per ora consideralo così, non credo ti sarebbe più d'aiuto dirti che è il mio tempio..." si appoggiò ad un grosso cipresso, lasciandosi lentamente scivolare a terra con uan smorfia di dolore "Hai il telefono con te?" senza rispondere Jibril glielo porse, tornando ad osservare il sangue che le sporcava il petto, scoprendosi totalmente impotente al riguardo.
"Giuda...sono Eclisse, i tuoi occhi ai confini te lo hanno detto che c'è un fottuto intruso nella città del tuo signore?"
Senza volerlo, il fratello riuscì a sentire chiaramente la voce all'altro capo del telefono, e la cosa non gli piacque affatto.
"Intrusi? Ambasciatrice, di cosa stiamo parlando esattamente io e te, cosa intendi per intrusi, sai bene quanto il mio tempo sia prezioso, cerca dunque di non sprecarlo"
Eclisse si lasciò sfuggire una smorfia mista di dolore e fastidio, allontanando con una mano Jibril che, preoccupato, cercava di saggiare l'entità delle sue ferite "Un monaco, Giuda, un vampiro grande e grosso che per poco non fa la festa a me e al mio accompagnatore, dopo avermi aspettata praticamente sotto casa. Se per te questo è uno spreco di tempo, con la Lunga Notte così vicina..."
Dal suo interlocutore nessuna risposta, solo un rumore sommesso, come un'imprecazione appena accennata, poi la conversazione venne chiusa.
"Clizia, devi fare qualcosa per..." le spostò la canottiera, senza che questa volta lei obiettasse, scoprendo alcuni profondi e lunghi graffi sul suo petto "Ma che cazzo...?"
"Sangue, ho bisogno solo di sangue, e ringrazia gli Dei che mi ero nutrita da poco, o sarei morta al primo colpo" "E io dove te lo trovo del sangue, cos'è, vuoi che rapisca il primo turista che incrocio?" Eclisse sorrise debolmente "Non sarebbe un'idea poi così malvagia...ma no, non è il caso, direi che ne hai passate abbastanza per stanotte...andiamo a casa."
L'idea lasciò di stucco Jibril "Ti ha dato di volta il cervello??? Quel...quell'essere sa perfettamente dove viviamo!" "Sì, sa dove viviamo, ma gli spari avranno attirato la polizia, inoltre la notte è quasi finita, anche lui dovrà cedere al sonno. Inoltre..." si rigirò qualcosa in una mano completamente coperta di sangue, attirando lo sguardo del fratello "...ho qualcosa da fare prima di dormire..." "Cos'hai lì?" Eclisse aprì la mano, rivelando alcune strane sfere, forse di legno "La sua carta d'identità, se gli Dei mi vorranno aiutare, lo stronzo aveva un rosario alla cintura"
Si aggrappò a Jibril, rialzandosi sulle gambe deboli. Una potente scarica di dolore attraversò tutto il suo corpo, strappandole un grido e facendo sussultare anche lui, che l'avvertì, sebbene in maniera lieve, di riflesso, nel proprio sangue che era anche il suo.

Non fu l'unico ad avvertirla. [continua...]

8/25/2008

Di monaci, di tradimenti, di sangue e di altre futilità...

[segue…]

“Sono appena giunto, Vostra Grazia…”

L’atmosfera di Firenze era mefitica: l’aria pesante sembrava avvolgere la gente come un velo umido e sporco, il cielo nuvoloso, illuminato dai lampioni aveva sempre più un insano color zolfo, per non parlare dell’odore.
Fortunatamente la basilica non era lontana, qualche passo dietro la stazione, l’unico ostacolo erano le puttane ed i barboni, che si avvicinavano come falene alla fiamma di una candela, finendo irrimediabilmente bruciati.
Nessuno di loro, infatti, tornò da quell’incontro immutato, e come poteva essere diversamente: tutti cambierebbero, anche solo un po’, vedendo il male puro guizzare negli occhi di quello che dovrebbe essere messo di un bene superiore.

L’ingresso laterale della basilica non era chiuso a chiave, né vi era qualcuno ad attenderlo.
O meglio, qualcuno c’era, ma non la persona preposta.


“Un cosa?” Luca scosse il capo, temendo di aver capito male “Eclisse, mi stai dicendo che stai facendo tutto questo casino per una serata a teatro?”.
Non era uno stupido, sapeva perfettamente che doveva esserci altro dietro, ma non era molto propenso a saltare in bocca al leone senza aver avuto più spiegazioni.
E cazzo, Eclisse gliene doveva davvero tante.
“Non si tratta solo di una serata a teatro, e tu lo sai bene, così come sai che ti direi di più se potessi…”
Era sincera, un qualche evento miracoloso aveva fatto in modo che quella sera non gli raccontasse fregnacce, per quanto incredibili fossero sempre le sue argomentazioni.
Lei si alzò dalla poltrona, continuando a tenere una delle gatte comodamente accoccolata sul suo braccio “Quello a cui sei stato, con mio sommo disappunto, chiamato a partecipare è un evento che capita di rado, d’importanza non indifferente. Ti direi che è una specie di ballo delle debuttanti, ma sminuirei solo il concetto. Non so perché Lui ti voglia vedere, Luca, e la cosa mi piace poco, tuttavia non ho il potere di contraddirlo e rifiutarmi di eseguire ciò che ha ordinato…”
Quella parola, potere, uscita dalle sue labbra, in quel preciso contesto, pensò Zingaretti, assumeva un significato così assoluto e puro che quasi lo spaventava.
Aveva trattato con qualunque risma di gente, persone che effettivamente gestivano poteri di ogni sorta, denaro, influenze, politica…ma in quel momento capì che il potere di cui parlava lei abbracciava ambiti ben più ampi…troppo.
“…posso solo…” continuò, passeggiando con calma nella stanza, lo sguardo distratto, come se stesse pensando a tutt’altro mentre parlava “…obbedire, e fare il possibile perché non ti accada nulla alla serata. Quanto ad ora, posso essere relativamente sicura che, se Lui ti ha invitato, allora trascorrerai una settimana ragionevolmente priva di pericoli, fino ad allora...”
Impotente, così si sentiva mentre lei gli elencava i fatti in modo sterile ed inevitabile, non potè fare altro che sorridere nervosamente, sentendosi programmata l’esistenza da una ragazza che, ad occhio meno esperto, sarebbe potuta apparire come sua figlia “Bene, chiaro, ma cosa mi dici circa il motivo per cui mi hai fatto correre qui?”


Il vecchio custode della basilica giaceva a terra, un coltello gli aveva trapassato il collo, da parte a parte, ed ora era grottescamente steso a terra, in una pozza di sangue fresco, mentre il corpo avvizziva a vista d’occhio.
La vista di quel relitto strappò una smorfia dal volto del gesuita, adombrato dal cappuccio che lo riparava dalle fioche luci delle candele le quali, a loro volta, guizzavano, producendo un fastidioso ed oleoso fumo nero, e proiettando dentro la chiesa ombre sottili, in perenne movimento.
“Perdonate, se l’accoglienza non era quella attesa, purtroppo però il vecchio qui, non era più in grado di ottemperare ai suoi doveri…” una voce gutturale, probabilmente femminile, parve provenire proprio dalle ombre che lo circondavano.
Tenendosi la porta alle spalle il monaco spaziò con lo sguardo, cercando con occhi ferini l’origine di quel suono. Ma non dovette faticare molto, l’ombra si palesò al suo fianco.
“Chi sei, donna?” neanche volse il capo verso di lei, l’istinto e l’esperienza gli dicevano che non sarebbe stata un’avversaria di cui preoccuparsi, piuttosto voleva capire chi fosse, e cosa potesse volere da lui. “Il mio nome non ha importanza, così come il tuo, non è vero, monaco?” un accenno di risata forse, poi con movimenti lenti si portò innanzi a lui, lasciando che la studiasse, mentre parlava “Sono qui semplicemente per aiutarti, io posso guidarti attraverso la Città marcia ed i suoi abitanti”. Aveva l’aspetto di una giovane donna, decisamente trascurata e dalla presenza inquietante, la sua stessa voce sembrava viscida tanto quanto gli sporchi capelli neri che le coprivano metà della faccia “Cosa ti fa credere che io abbia bisogno del tuo aiuto, creatura ripugnante? Dovrei ucciderti per il sacrilegio che hai commesso nella casa del Signore!” la rabbia nella sua voce era solo una nota sottile, piuttosto provava disgusto per quella creatura ed il suo operato “Uccidermi?” la vampira rise, facendo riecheggiare tra le antiche mura, tra le colonne, un suono come di carne bagnata strappata a mani nude “E perché mai, in fondo sono l’unica, adesso, a poterti dire come stanare gli eretici…” spostò lo sguardo sul cadavere ormai quasi putrefatto del vecchio sacrestano “…lui non era che una pedina…una mia pedina…” di scatto gli fu più vicina di quanto lui non desiderasse, riempiendogli le narici del suo odore putrido, e gli occhi della lucida follia che le distorceva il volto “…credevi davvero che un Vescovo della Santa Sede potesse servirsi di quel relitto?”
Per un attimo tra i due vi fu il più assoluto silenzio poi, come rispondendo ad una silenziosa domanda, la vampira parlò “La mia unica ricompensa sarà il tuo successo”.
Il sorriso più inquietante che il monaco avesse mai visto si allargo su quel volto a metà.


Mentre il taxi attraversava la città, riportandolo a casa, Luca ripensò alle parole di Eclisse, giocherellando nervosamente col talismano che gli aveva donato mesi prima “Rebecca è una creatura folle, senza alcun raziocinio né morale, l’unica cosa che la guida è il raggiungimento dei suoi scopi, che variano a seconda del suo capriccio, almeno per quel che ne posso sapere io. Se ha un piano lucido, io questo non so dirlo, so solo che è lei la responsabile della strage di piazza Oberdan, Luca, così come del rapimento di quella povera ragazza, dell’assalto alla stazione di polizia…e probabilmente è stata lei a farti puntare la pistola in faccia. Non so quali saranno le sue prossime mosse…Luca…mi interessa solo la sua distruzione.”
Era stata fredda e distaccata pronunciando quelle parole, come un ufficiale che aggiorna un soldato sulle prossime mosse facendo uno sterile bollettino della situazione.
Ma aveva avuto paura, alla fine, non l’aveva mai sentita parlare in quel modo, di distruggere una persona, e il modo in cui lo aveva fatto…beh, si, lo aveva spaventato.
“Ma in che cazzo mi sono andato a cacciare…” imprecò, aprendo il portone di casa.
Non sapeva davvero cosa pensare, per quanto negli anni si fosse fatto un’idea di Eclisse e del suo mondo, certe cose continuavano ad esulare dalla sua logica, non più inossidabile come una volta.

“Hai l’aria stanca, Clizia…dovresti…” Jibril non fece in tempo a finire la frase, che lei la completò al suo posto “Riposare? No, Jibril, non è il momento, ci sono troppe cose da fare, troppe” sorrise, con aria effettivamente affaticata, e posò la gatta sulla poltrona “Vado a vestirmi, poi usciamo…” sparì oltre l’arco che separava la sala dal corridoio, muovendosi come un automa, mentre suo fratello la seguiva con lo sguardo, prima di decidere di andarle dietro.
“Per andare dove?” si appoggiò allo stipite della porta e la guardò frugare nell’armadio “Beh, ora che vivi qui avrai bisogno di un po’ di cose, o preferisci usare gli stessi abiti da qui all’eternità?”.
Di tutte le cose che poteva immaginare, di certo lo shopping era l’ultimo dei suoi pensieri, e tornò ad esserlo, quando vide la sorella spogliarsi senza curarsi minimamente della sua presenza “Clizia, dannazione! Abbi un po’ di pudore!!!” “Pudore?” si voltò verso di lui, nuda, quasi stupita della sua reazione “Jibril, se avessi del pudore non mangerei mordendo la carotide dei passanti…se avessi del pudore, sarei morta di fame, o uccisa, da chissà quanto…”parlò con naturalezza, elencando quella che per lei era una lista di ovvietà. Sorrise appena poi, vedendo la sua espressione, di chi vorrebbe, ma non riesce a distogliere lo sguardo “Il mio non è che un corpo, un corpo morto che fa da contenitore ad un’anima immortale…” “Resta…resta pur sempre un corpo nudo, quello di mia sorella, dannazione!” la sua ostinazione le strappò un nuovo sorriso, ora realmente divertito “E’ così che dimostri il tuo pudore, dunque, fratellino? Imprecando ed allo stesso tempo fissandomi con insistenza?”avanzò verso di lui, scuotendo il capo mentre i capelli le danzavano sul petto e le spalle nude “Andiamo, vestiti ed usciamo…” Jibril distolse lo sguardo, accennando ad andarsene, visibilmente imbarazzato ma Eclisse lo fermò prima, trattenendolo per il braccio “Sei morto da troppo poco tempo per rendertene conto, ma vorrei che tu capissi il prima possibile che la tua natura non è più la stessa…guardami.” Più che un invito quello aveva tutta l’aria di essere un ordine.
Fece come gli aveva detto, tentando di costringersi a guardarla negli occhi e fallendo miseramente.
Come poteva fare altrimenti, sì, era sua sorella ma pur sempre una donna splendida.
Quel pensiero lo fece sentire più in colpa che mai eppure continuò a studiarla: non c’era un ombra di sudore sulla sua pelle bianca, troppo bianca e perfetta per essere reale, nonostante il caldo. L’unica imperfezione era una cicatrice sulla spalla, probabilmente causata prima della sua morte, per il resto aveva davanti una creatura di carne apparentemente giovane e soda. Immobile. Marmorea.
“Cominci a capire ora? Qualche mese fa, probabilmente, senza sapere chi io fossi, il tuo primo istinto in una situazione come questa sarebbe stato quello di sbattermi sul letto, e per quanto tu possa negarlo a te stesso, probabilmente ti è passato per la mente anche poco fa…” “Clizia, non dire idiozie, sei mia sorella!” “Forse non ti farà piacere sentirtelo dire Jibril, ma ti renderai conto un giorno, che, ormai, i legami biologici non contano più molto. L’unico legame che abbiamo adesso, è molto più forte, ed è dato dal mio sangue che scorre nelle tue vene, e quel sangue fa di te mio figlio, mio fratello…quel sangue fa di te ciò che più mi aggrada che tu sia in realtà”.
“Questo discorso sta diventando fastidioso” liberandosi dalla presa della sorella, uscì dalla stanza, confuso, e anche sconvolto, dalle sue parole.



La sua inquietante ospite era stata molto chiara, le sue informazioni accurate. Così accurate che aveva deciso che avrebbe cominciato subito ad agire.
Doveva cominciare dal basso, i pesci più grossi al momento erano irraggiungibili, saggiamente nascosti nelle loro tane a tramare e tessere i fili del loro arazzo di potere.
Poco male, sapeva come muoversi, sebbene non conoscesse affatto la città, avrebbe atteso al varco le sue prime prede.
Fiutò l’aria, snudando le zanne al chiarore della pallida luna, non si nutriva dalla notte precedente e per quanto affondare i canini nel giovane collo di un suo simile lo facesse fremere di eccitazione, si costrinse ad accontentarsi di un pasto più spartano, prosciugando le vene di una giovane prostituta in cerca solo di un po’ di denaro per fuggire da quella città maledetta.
“Maledizione” il monaco scosse il capo,lievemente intontito da quel pasto abbondante…abbondante ed eccitante “la puttana si era appena fatta!” scosse una seconda volta il capo, mentre il sangue, corrotto da cosa, cocaina probabilmente, pulsava violentemente nelle sue vene, aprendo i suoi sensi e riempiendolo di un eccitazione nuova, sintetica, ma potente.
“Da qui all’alba, in fondo, potrei di nuovo avere appetito” sorrise, riportando il cappuccio a celare il suo volto, mentre cercava un buon punto per appostarsi.


“Fastidioso o no, devi ascoltarmi, Jibril” si voltò verso di lei, quasi non potesse farne a meno ma fortunatamente si era rivestita ed ora sembrava davvero una ragazzina, col viso struccato e addosso un semplice paio di jeans con una canottiera “Clizia, davvero, ora non è il caso…”.
Per un attimo Eclisse rimase interdetta dal rifiuto del fratello di ascoltarla, ma decise di farsene una ragione e, nascoste le pistole sotto un leggerissimo soprabito, aprì la porta, facendogli cenno di uscire.
“Come preferisci, ma prima o poi ti toccherà ascoltarmi, e sarà bene che accada prima della Lunga Notte, per il tuo bene.” Concluse, una volta in strada, poi lo prese a braccetto, alzando sul proprio volto una sorridente maschera di umanità “Andiamo, fratellino, hai un armadio da riempire, e di sera c’è meno confusione nei negozi!”
Come riuscisse a mutar faccia ed umore con una tale velocità, Jibril proprio non riusciva a capirlo e, camminando, si scoprì a sorridere, mentre si domandava se sua sorella, quella allegra che pendeva dal suo braccio, fosse stata così anche nella vita precedente.

“Sì, potrei…” passandosi la lingua sulle labbra, il cacciatore mascherato da monaco attese, osservando le sue prime prede allontanarsi, ignare “…un buon pasto, ed un’ottima compagnia, per le notti a venire, il Signore è stato generoso, con questo suo indegno servo” [continua…]

8/05/2008

Di gatti, di feste e di altre sciocchezze

scritto a quattro mani con Orpheo

"Come sarebbe a dire che non mi hai chiamato tu il taxi?" disse sobbalzando leggermente sulla sedia.
La gatta non apprezzò troppo il movimento brusco, né soprattutto il fatto che per farlo, avesse smesso di accarezzarla e fece presente il suo disappunto con un miagolio.Quasi automaticamente ricominciò ad accarezzarla e a parlare "mi sono trovato la macchina sotto casa e l'autista ha detto che la chiamata era stata già pagata".

"Davvero Luca, non ti ho mandato nessun taxi. Ero talmente presa a preoccuparmi di quale strada potessi fare che non ho davvero pensato a una soluzione così semplice" disse Eclisse, con la massima tranquillità, come se stesse solamente elencando dei fatti privi di importanza. Ma qualcosa nella maschera perfetta che portava si era incrinata, qualcuno si era dato la briga di mandare un taxi a prenderlo e questo lo aveva portato praticamente sotto casa sua, evidentemente qualcuno li conosceva bene e voleva mandare un messaggio, ma quale?

La gatta accovacciata alzò la testa e drizzò le orecchie, seguita immediatamente dalle altre due.
Tutte e tre si erano messe a fissare un punto, oltre la porta del corridoio che portava alle stanze interne.
Che le gatte facessero così era più o meno normale, certo, tre simultaneamente era un po' più difficile ma di certo non impossibile per quanto ne sapeva lui di gatti, ma la cosa che stupì di più Luca fu che anche Eclisse si era girata nella stessa direzione, e tutte e quattro, stavano guardando...no, stavano ascoltando, qualcosa che lui non poteva sentire.
"Eclisse" una voce dal corridoio "è per te" una voce maschile per la precisione.
Sulla soglia del corridoio apparve un uomo con in mano un cellulare, elegante, sulla trentina, forse qualche anno di più, alto quanto Eclisse, dai tratti medio orientali.
Sulle prime pensò di essere piombato a casa di Eclisse in un momento...poco opportuno, ma poi non potè fare a meno di notare la somiglianza nei tratti del nuovo arrivato con la sua ospite.
E non solo nei tratti somatici, anche lui aveva qualcosa di "diverso", meno che in Eclisse, ma si notava anche in lui.

"C'è un..." Jibril guardò il telefono con aria corrucciata, come un bambino che cercasse di trovare la parola più semplice per descrivere qualcosa di complesso "un transessuale che ti cerca!" Sulle prime pensò di aver detto qualcosa di orribile, sebbene sottovoce, altrimenti come spiegare le espressioni sui volti della sorella e del loro ospite. Poi successe di nuovo, quel dannato fastidio quando fissava intensamente qualcuno...forse c'era troppa luce.
"Un...un...cosa?" Eclisse allungò la mano per prendere il telefono, già subodorando un'indefinita quantità di problemi "Scusatemi un attimo...solo un attimo" guardò prima l'uno poi l'altro "...sistemo questa cosa, poi passo alle presentazioni...fatemi il piacere...per un momento, tacete un attimo".

Sì, era decisamente preoccupazione quella che le volteggiava intorno, ormai ne era certo.

"Vedo che finalmente sua signoria si è…" "…Degnata di rispondere ad una…" "…Comunicazione ufficiale." Le Arpie, doveva intuirlo, avevano sempre avuto la fastidiosissima abitudine di chiamare in momenti poco opportuni.
"Buonasera signori, quale comunicazione ufficiale?" stentava a mantenere un tono controllato, tuttavia non poteva permettersi di irritarle più di quanto non lo fossero per conto loro, il giudizio delle Arpie, come sempre, poteva gettare la sua reputazione nel baratro più profondo, e gli Dei sapevano che non era proprio il momento.
"Abbiamo il..." "…Grandissimo onore…" "…di informarla…" "…Che il nostro amato signore…" "…Ha dichiarato una lunga notte…" "…E per l'occasione, vuole che TUTTI i suoi confratelli che risiedono nei suoi domini…" "…Siano suoi ospiti alla serata a teatro che si terrà…" "…tra una settimana a partire da oggi…" "…Lei naturalmente sa cosa è una lunga notte vero?"
"Mi state prendendo in giro?" è ciò che avrebbe effettivamente voluto dire, proseguendo poi sbattendo il telefono in faccia a quegli assurdi esseri...un freddo "Certo che lo so" fu invece quello che disse. "E' tutto?".

TUTTI i suoi confratelli: la settimana successiva avrebbe dovuto portare Jibril al cospetto del Principe, il che significava letteralmente darlo in pasto ai lupi. Sperava solo che quella conversazione finisse il prima possibile.

"No, effettivamente c'è un'altra cosa…" "…Una piccolezza effettivamente"
Eclisse stava per mettersi a piangere...
"Nella sua magnanimità, il nostro amato signore" "Ha espressamente esteso l'invito"
...forse gridare sarebbe stato più appropriato...
"…ad un suo protegè"
...in effetti il suicidio era l'opzione più affascinante che in quel momento le veniva in mente
"…dovrebbe portare l'invito al suo cucciolo, il poliziotto, il nostro amato signore ci terrebbe moltissimo a incontrarlo di persona"
A quelle parole un brivido le attraversò la schiena, così come la sua vita le passò davanti in un secondo "Sarà un piacere...fare la volontà del mio signore...come sempre"...mentire non le era mai risultato più difficile.
"…naturalmente non sarebbe ben visto un rifiuto."
"Naturalmente..." ripeté Eclisse con aria distante..."naturalmente..."
"Bene, allora le auguriamo di passare una notte tranquilla"
"Altrettanto a voi" chiuse il telefono, aspettando qualche minuto prima di tornare da Luca e Jibril. "E ora come accidenti glielo spiego?".

Attese in effetti almeno 15 minuti prima di ritornare da loro, e, una volta rientrata in salotto, non proferì parola, rimanendo immobile come uno stoccafisso in mezzo alla stanza.

Le gatte salutarono il ritorno della loro padrona facendole un cenno con il capo.

Luca non si era mosso dalla sedia, immobile fissava ancora Jibril come se temesse di essere il suo prossimo pasto

Per contro Jibril non sapeva cosa fare, era il primo umano che vedeva dopo la sua...trasformazione.
"Problemi?" disse girandosi verso la sorella appena rientrata in camera

"Eh?" riscossa dalla voce del fratello si voltò verso di lui, col più amabile dei sorrisi...e il più falso. "Problemi? No, no, assolutamente!" si rigirò il cellulare tra le mani per un attimo, prima di schiantarlo contro il pavimento. Le importava poco o nulla che la sua maschera di compostezza si fosse appena frantumata allo stesso modo del telefono "porca puttana!" sibilò tra i denti, prima di riassumere in un attimo una nuova, perfetta faccia, assolutamente rilassata e a suo agio "Dicevamo, prima che quel coso suonasse inopportunamente, che non ho fatto le presentazioni. Lui..." indicò con un cenno il fratello "E' Jibril, il mio..." un momento di confusione "Frate...fi...fratello minore, da poco arrivato in città!"

"Tuo fratello? Minore?" Luca non si era ancora alzato dalla sedia "Eclisse non mi sono ancora completamente rimbambito" si prese un attimo per riordinare le idee "Ok, diciamo che per ora non puoi dirmi molto di più,ma non mi inventare storie troppo incredibili"

"Scusa?" non capiva perchè l'assoluta logicità del suo discorso, che in effetti era onesto, non penetrasse la mente assolutamente logica di Luca

“Che siete parenti si vede, ma magari è tuo...zio? Non certamente fratello minore...”

"Luca…” ribattè “…di cazzate te ne ho dette tante, per il tuo bene, cosa che mi è stato appena riferito, è stata inutile, ma di certo questa è una delle rare volte in cui sono assolutamente sincera con te" in effetti mentire sarebbe stato molto più facile ma proprio non le era passato nemmeno per l'anticamera del cervello, e continuava a non passare. Si piantò in mezzo alla stanza con le mani sui fianchi, fermamente decisa a convincere Luca del vero: la cosa più inutile, in quel momento, e forse anche fuori luogo, ma ormai aveva deciso. Dal canto suo Jibril non sapeva cosa dire, né se azzardarsi a mettere bocca. Di certo però per un attimo aveva trovato spassosa l'idea di essere lo zio più vecchio della sua sorella maggiore.
Si sentiva preso in mezzo ad una assurda conversazione, una specie di riunione di famiglia molto particolare.

Luca dal canto suo stava trovando sempre più accettabile l'idea che, per quanto strano fosse, questa dell'età di Jibril fosse la verità. Chi mente, anche se ha anni di esperienza alle spalle, ha sempre qualcosa di riconoscibile, e stavolta non sembrava proprio che Eclisse stesse mentendo.

“Bene, ora che Luca è convinto, posso continuare…” spostò lo sguardo sul fratello “Jibril, lui è Luca, sbirro in pensionamento forzato, occasionale vittima dei miei problemi più assurdi nonché l’unico amico che io abbia.”

Lasciò che si studiassero, e si spostò all’armadio dei liquori.

“Beh…piacere” Jibril fu il primo ad allungare la mano, in effetti incerto su come comportarsi, ma la prontezza con cui Luca gliela strinse lo rassicurò. Zingaretti invece ebbe un moto, come dire, di naturale repulsione: la mano di Jibril era a malapena tiepida, e strana al tatto inoltre averlo così vicino lo faceva sentire inquieto. Un po’ la stessa cosa che capitava con sua sorella, solo meno accentuata.
Decise che accarezzare la gatta lo faceva sentire decisamente meglio, così riprese il rituale di adorazione di quella piccola divinità pelosa che risiedeva sulle sue ginocchia.

“Chi era poi quel transessuale al telefono?” infastidito al ricordo di quella voce, Jibril si sedette sul divano, scostando con la mano un’altra gatta decisamente indisposta dal suo gesto.
“Fossi in te eviterei di appellarli in quel modo, sebbene tu non sia uscito troppo dal seminato…” sospirando posò un vassoio sul tavolo di vetro e prese posto sull’ultima poltrona libera, lasciando che l’ultima padrona di casa a quattro zampe si sedesse a sua volta sul proprio trono umanoide a reclamare la giusta dose di affetto quotidiano. “Si, hai sentito bene… “ continuò, rispondendo allo sguardo stupito del fratello “…ho parlato al plurale. Erano due persone al telefono, per l’esattezza i messi del nostro…chiamiamolo capo, ti ho già parlato di lui, Amedeo.”
Zingaretti ascoltava in silenzio, rigirandosi il bicchiere col vino rosso tra le mani, non sapeva perché, ma non aveva voglia di berlo, lo avrebbe fatto sentire troppo parte di quel curioso quadro famigliare. Si contentava del fatto che lei gli permettesse di essere lì, voleva dire che in qualche modo la cosa lo riguardava.
In effetti non era troppo contento di ciò.

“Ah, capisco, e cos’è che volevano dirti, di preciso? Sei stata via un bel po’”
“Tra una settimana ci sarà una serata, a cui sono invitati tutti gli appartenenti al nostro circolo, il che comprende anche te…” ignorando il proprio bicchiere Eclisse abbassò lo sguardo sulla gatta, lisciandole distrattamente il pelo.
“Me?” Jibril accolse la notizia con sorpresa “E cosa dovrei fare esattamente, insomma, di cosa si tratta?”
“Oh, nulla di speciale, una serata a teatro in mezzo all’alta società…si potrebbe definire il tuo debutto in società. Curioso, anche quando toccò a me ci fu una serata in teatro…” scacciò con tristezza i ricordi di quella lontanissima notte, cercando di distrarsi parlando. “In ogni caso, riguardo a quel che dovrai fare…o dire…” rialzò lo sguardo su di lui, ora seria “Tieni a mente solo questo: lì sarai come un piccolo pesciolino di barriera in mezzo a un branco di squali, qualunque cosa tu possa dire o fare sarà potenzialmente sbagliata, e quindi rischiosa. In sostanza: non dire,o fare, niente che non ti venga espressamente richiesta.”

Si voltò quindi verso Luca, ordinando tacitamente, con quel gesto, il silenzio al fratello.
Fissò a lungo l’amico, non sapendo che parole scegliere per comunicargli la notizia forse peggiore della sua esistenza. Lasciò che vedesse in che stato d’animo era, non gli nascose la sua preoccupazione, né il dispiacere.

Non aveva mai voluto coinvolgerlo fino in fondo nei suoi affari, per quanto si fosse dimostrato tanto disponibile ad aiutarla, sì, spesso era quasi sembrato che si fosse approfittata di lui, pensò Luca, ma non lo aveva sempre, in qualche modo ripagato?
Era strana, aliena, con comportamenti e richieste al limite della normalità, eppure qualcosa in lei lo aveva sempre spinto a darle una mano.
Se suo figlio si era laureato ed ora aveva una splendida vita, era grazie a lei, che contro ogni sua protesta era riuscita a dargli più soldi di quanti ne avrebbe mai visti in 100 anni di lavoro stipendiato, aiutandolo a mantenere il figlio da quando era poco più di un bambino che viveva a mille chilometri da lui. Aveva sempre chiesto il suo aiuto ma contemporaneamente lo aveva sempre tenuto fuori dalla sua esistenza, dalla sua vita a Firenze, dalla sua gente.

Fino a quel momento.

“Ok Eclisse, sappiamo tutti e due che odio i preamboli. E sappiamo anche che mi hai chiamato qui per un altro motivo che pare essere passato in secondo piano…” alzò gli occhi al cielo, ma per quanto sentisse la tensione nell’aria, si concesse un mezzo sorriso, misto tra divertimento e rassegnazione “…cosa vuoi che faccia?”

“Odio chiedertelo, ma non posso fare altrimenti…” sembrava davvero addolorata “…hai un abito adatto per una prima a teatro?”

[continua…]

7/16/2008

Ad Maiorem Dei Gloriam

Il marmo del pavimento, rischiarato solo dalla luce della luna che filtrava dalle finestre, risuonava di passi svelti e concitati.
Nessun altro suono, da sempre la quiete di quel luogo era spezzata solo dal brusio delle preghiere e dalla sacralità dei canti.

Perché l’Arcivescovo lo aveva chiamato?
Era preoccupato, raramente Lui riceveva in privato, se non in casi di estrema urgenza.
Era uno di quei casi?
Eppure non aveva avuto sentore alcuno di problemi. Lì, nella Città Eterna tutto pareva filare liscio come l’olio.
Ma, d’altronde, l’apparenza a Roma regnava sovrana.

Fai credere al popolo che tutto va bene, e tutto andrà per il verso giusto, questa era la politica da sempre.
Lasciare i profani al di fuori degli affari di stato, altrimenti al primo sentore di pericolo ti si ritorceranno contro, facendo crollare ogni certezza.

I passi del messo si fermarono d’innanzi alla pesante porta di radica, ed attesero qualche secondo prima di bussare. Ma non vi fu bisogno di alzare il pugno contro l’uscio “Ti stavo aspettando. Entra”
La voce grave, roca dell’Arcivescovo in persona lo aveva invitato al suo cospetto: non era mai successo in due secoli.
Entrò a capo chino, i lineamenti vagamente nascosti dal cappuccio, gli occhi fissi sul pavimento, anche quando si inginocchiò per baciare la mano del suo signore.
“Indegno” era tutto ciò che riteneva di essere di fronte a Lui, a quell’essere superiore così pregno di potere e di approvazione divina.
Mentre lui cos’era? Nulla, se non un padre gesuita asservito al volere di molti.
In silenzio ascoltò il volere del suo padrone, semplicemente annuì alle sue richieste, memorizzando ogni informazione utile, umilmente accettò il suo compito, pregustando la ricompensa finale.

Forse era sbagliato, agli occhi di Dio, ma lui era solo un umile servo, lui era la dimostrazione del fio da pagare per i propri peccati.
Lui con i suoi peccati dimostrava all’umanità la punizione divina.
I suoi peccati erano la sua missione.

“Ripulire quella città dal peccato” “Mostrare ai pagani fiorentini la retta via” “Punire Firenze per la sua presunzione” “Riportare il Nostro messo umano al Nostro cospetto per purificarlo” “Mostrare alla Città Eretica la Nostra misericordia nel volere di Nostro Signore”…le parole dell’Arcivescovo lo avevano gonfiato di orgoglio, la sua scelta, ricaduta su di lui lo colmava di un fervore ancor più forte se possibile.

“Fa ciò che ritieni necessario per la tua missione”
Sogghignò a quel pensiero: aveva carta bianca.

Avrebbe spazzato via l’ondata eretica da quella città empia e peccaminosa, bruciato con fiamme divine coloro che gli si sarebbero opposti, avrebbe portato al cospetto divino le anime dei Pagani che abitavano la città marcia.

Non tutti.

Ad Maiorem Dei Gloriam avrebbe scelto tra di loro la sua ricompensa.

“Il Treno Eurostar numero 5587 partirà dal binario 9 tra due minuti”

Un sorriso sadico gli solcò il viso come un’orribile e sanguinolenta ferita.

[Continua...]

7/01/2008

Passaggi...

...Il tono al telefono era di quelli che non ammetteva molte repliche, ne lui aveva intenzione di farne, conosceva Eclisse da troppi anni per permettersi di perdere tempo a discutere con lei, tanto avrebbe fatto ugualmente come le aveva detto e lei lo sapeva bene. Il taxi lo aveva lasciato poco lontano da Piazza San Marco, c'erano lavori e non poteva proseguire. Poco male, avrebbe fatto a piedi gli ultimi metri, in fondo preferiva camminare, quando non gli faceva troppo male la gamba almeno. L'aver trovato il taxi sotto casa non lo aveva stupito più di tanto, si era abituato all'efficienza con cui facevano le cose Eclisse e gli altri della sua “famiglia” quando avevano fretta.
Efficienza ma anche superbia, non avevano certo perso tempo a pensare che lui potesse in qualche modo rifiutarsi, maledizione oramai lo conoscevano troppo bene.
Le transenne gli ostruivano il passaggio, possibile che nessuno avesse mai pensato che tra tutti i turisti e i fiorentini che passavano di li ogni giorno ci potevano essere anche persone che non potevano camminare bene? No, naturalmente non lo avevano mai pensato mentre posavano quelle recinzioni, non si pensa mai a certe cose...il diverso è da nascondere, anche a se stessi, non da mostrare. “Sono troppo pessimista stasera!” la sua voce risultava un poco affannata, la ferita alla gamba, ricordo della notte in cui era quasi morto anni fa si faceva sentire. “E’ questa città” pensava tra se e se “ti fa marcire dentro, ti porta a pensare sempre il peggio, specie in queste sere” odiava il caldo della città in estate, si formava una cappa di umidità che impediva di respirare e le pietre antiche che formavano i palazzi di quella zona, di giorno erano un po’ di sollievo, ma di notte rendevano tutto il caldo accumulato peggiorando la situazione.
Quando era ancora in servizio, una vita fa, conobbe un lavorante del circo che ogni anno staziona fuori città. Gli raccontò che tra i gitani e i viandanti in genere ogni città ha un secondo nome, a seconda di come appare ai loro occhi e Firenze era chiamata con il nome di “città marcia”. Sulle prime ci rise sopra, in fondo lui non era di li ma poi, con gli anni, cominciò a rendersi conto che era un nome perfetto, la città era come un’enorme pozza di acqua stagnante, marcia, in cui nulla si muove e nulla cambia e se per caso ti ci avventuri dentro, non ne puoi più uscire perché ti trascinerà dentro di se. Per questo, gli disse il suo amico del circo, loro non ci entravano, non perché la gente non li amasse (ed era vero) ma perché non volevano restare intrappolati nella città marcia. Perso nei suoi pensieri non si era quasi reso conto di essere arrivato sotto casa di Eclisse, “sto proprio invecchiando male” si disse, guardandosi nel riflesso di una vetrata di un negozio di dischi aperto nonostante l’ora tarda. Guardò i campanelli, era la seconda volta in tanti anni che lo faceva venire a casa sua e la prima volta non aveva avuto modo di controllare bene, vecchie abitudini di lavoro "controlla sempre dove vai e cerca le vie di uscita più vicine". I primi due erano di studi legali, mentre l’ultimo non aveva nessun nome segnato sopra.
Suonò quello senza indugio, mettendosi bene in vista all’occhio della telecamera che, notò, controllava tutta la zona davanti al portone d’ingresso. Un sistema di controllo semplice e molto efficace. Il portone si apri, entrò e approfittando della luce che filtrava andò direttamente agli interruttori della luce, ma questi si rifiutarono di dargli la luce che cercava. Rassegnato alla semi oscurità del palazzo, cominciò a salire le scale. Giunto all’ultimo piano, si trovò davanti ad un anonimo portone nero, ancora una volta non c’era indicazioni sul campanello, in realtà se non avesse saputo di essere atteso avrebbe potuto benissimo pensare di essere di fronte ad un ufficio vuoto da affittare a qualche avvocato di grido.
Provò a suonare, o l’appartamento era insonorizzato o il campanello non funzionava perché non sentì niente, ma qualcuno doveva averlo visto perché ci fu uno scatto di una serratura controllata a distanza.
Entrò, fortunatamente stavolta trovò un interruttore funzionante, ma ugualmente la luce non inondò completamente la stanza, si trovò immerso in una luce soffusa, abilmente proiettata.
La prima cosa che notò nella stanza era l’immensa quantità di libri, stipati in ogni dove, alcuni erano impilati uno sull’altro fino a formare delle colonne che quasi arrivavano al soffitto.
Come si avvicinò alla colonna di libri più vicina, capì di essere osservato, tre paia di occhi lo fissavano, riflettevano la poca luce della stanza e sembravano quasi fosforescenti, tre gatte lo osservavano indolenti, la volta scorsa c'era la loro padrona e non ci aveva prestato troppa attenzione, ma stasera sembravano essere loro le padrone di casa e sembravano avere tutta l'intenzione di farglielo notare.
Non sapeva come mai ma non riusciva quasi a muoversi, le gatte lo stavano guardando come per decidere se questo intruso nel loro territorio era degno di attenzione o no, evidentemente decisero che non era abbastanza importante perché due di loro tornarono a accucciarsi, mentre la terza, si alzò elegantemente dal suo trono di libri e si cominciò a strusciare contro le sue gambe.
“Vedo che le mie piccole ti hanno riconosciuto” disse una voce dietro di lui.
Luca sobbalzò, come sempre era riuscito a prenderlo alla sprovvista, si girò per rispondere ma le parole gli morirono in gola.
Credeva che a parlare fosse stata Eclisse ed invece alle sue spalle c’era una statua di marmo bianco che riproduceva le sue fattezze in maniera impressionante. Qualcosa non tornava. Si passò una mano sugli occhi, la stanchezza gli giocava brutti scherzi, li riaprì e…la statua si era mossa verso di lui, indossava gli abiti di Eclisse, si muoveva come lei e soprattutto parlava con lui come era solita fare lei.
“Mi devi scusare” disse la statua “ma credevo che ci avresti messo di più ad arrivare, non ho avuto ancora modo di prepararmi” gli fece cenno di accomodarsi su una poltrona.
Scostò un po’ di libri e si buttò a sedere, la gamba gli faceva male, e ora anche la vista gli giocava questi scherzi? Per quanto fosse assurdo quella statua era Eclisse, anzi più la guardava più gli sembrava che la vista migliorasse: “Grazie al il taxi che mi hai mandato sotto casa ho risparmiato un bel po’ di tempo”.
La statua che era Eclisse fece un movimento strano “Taxi? Io non ti ho mandato nessun taxi Luca”. In quel mentre la gatta rossa decise che il nuovo arrivato era degno di coccolarla un poco e gli saltò in grembo…[continua]